Chet Baker e Paolo Fresu:
così vicini, così lontani

Massimiliano Boschi
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I teatranti#2
(Qui la prima puntata)

A Sanremo, quel 24 aprile 1985, si erano incontrati due trombettisti jazz inevitabilmente molto diversi.
Chet Baker veniva dall’Oklahoma, aveva 55 anni e ne dimostrava molti di più. Il viso solcato da rughe profonde e lo sguardo di chi ne aveva viste troppe. Morì tre anni dopo senza arrivare a compiere i 60 anni.
Paolo Fresu da Berchidda (Sassari) sessant’anni li ha compiuti da poco e ne dimostra dieci in meno. Rughe poche e sguardo di chi ne vuole vedere ancora parecchie.

“La Stampa” del 24 aprile 1985

Differenze biografiche e di contesto. Come ha sottolineato lo stesso Fresu: “E’ l’intero mondo del jazz che è cambiato. Ai tempi, sembrava impossibile suonare il jazz se non si era drogati o alcolizzati. Ora è tutto diverso, i jazzisti sono quasi tutti salutisti e spesso non bevono un goccio d’alcol. Ma non tutti hanno reagito allo stesso modo, Mulligan si faceva ancor più di Baker ma ne è uscito, Chet invece ne è rimasto schiacciato. La droga sembrava un passaggio inevitabile, ma qualcuno ne è sopravvissuto. Rispetto ad allora sono cambiati interessi e problematiche”. (“Corriere dell’Alto Adige” del 2 novembre 2018)

Negli anni successivi, i due trombettisti si incontrarono senza parlarsi. L’ultima volta nel 1987, forse nei primi mesi del 1988. Un “incrocio” che Fresu ha descritto nell’introduzione a “Come se avesse le ali”, autobiografia di Chet Baker edita in Italia da Minimum Fax: “Accadde a Parigi nella hall dell’hotel Violet (Ora “Hotel Elixir” ndr). Suonavo con Aldo Romano in uno dei club della Rue des Lombard e Chet quella mattina si avviava di certo verso uno studio di registrazione con una tromba sotto braccio avvolta in un foglio di carta di giornale. Non ebbi il coraggio di salutarlo né tantomeno mi venne l’idea di ringraziarlo per quella sera al Casinò di Sanremo. Chissà se si sarebbe ricordato di me e di quella versione di Round Midnight, e chissà quante volte lui l’ha suonata…bellissima, eterea, poetica, come Monk l’avrebbe voluta. Grazie alla sua tromba e alla sua voce la forma AABA della canzone diventava un racconto fatto di vissuto e di melodie lineari dove la nota di volta è ancora immersa nel suo mistero”.

Ma quell’introduzione risulta utile anche per comprendere come è nata la colonna sonora di “Tempo di Chet” creata e interpretata dallo stesso Fresu: “La vita e la musica di Chesney Chet Baker sono quanto di più incompiuto e sfuggevole il jazz abbia raccontato dagli inizi del novecento. La sua musica era straordinariamente limpida logica e trasparente, forse una delle più razionali e architettonicamente perfette della storia del Jazz. Chet Baker è nell’immaginario collettivo per aver attraversato i tempi come una foglia in balia dei venti”. Non a caso, quell’introduzione si intitola “Qualcosa di incompiuto e sfuggevole”. Qualcosa, quindi, che avrebbero potuto apprezzare tutti, non solo gli appassionati della musica di Chet Baker.
Fresu lo avevo espresso chiaramente anche nell’intervista rilasciata al Corriere già citata in precedenza: “Tempo di Chet è uno spettacolo appassionante non solo per gli amanti del jazz. E’ un lavoro che non è mai stato fatto prima, sicuramente non con questa profondità. Una storia istruttiva che dimostra come non sia sufficiente avere talento per avere successo e come quello stesso talento si possa sprecare. Ovviamente i piani di lettura sono innumerevoli, alcuni insiti in ognuno di noi. Personalmente sono profondamente legato a Miles Davis e Chet Baker perché sono quelli da cui ho appreso di più. Ma suoneremo dal vivo dieci brani originali composti da noi con titoli emblematici che raccontano la vita di Chet. L’unica difficoltà sta nell’alternanza tra i momenti in cui la parola è al servizio della musica e altri in cui avviene il contrario. Ma sono mondi molto vicini, in costante osmosi”.

Foto “rubata”  a Paolo Fresu a bordo dell’Interregionale in viaggio dal Brennero a Bologna nella mattina del  24 novembre 2018.
La tournè altoatesina di “Tempo di Chet” si era conclusa la sera prima a Brunico. 

Vicinanza e lontananza quasi a riecheggiare i movimenti di quella carrozzina sballottata tra Fresu e Zambaldi fuori dal teatro di Rubiera nel marzo del 2008.
Ma prima di chiudere, ecco l’invito all’ascolto che chiude la prefazione di Fresu a “Come se avesse le ali”:
“Andate a risentire la versione di Everything Happens to Me registrata nel disco It Could Happen to you” del 1958.

La foto in apertura di Chet Baker è di Michiel Hendryckx (da Wikipedia), quella di Paolo Fresu è di Roberto Cifarelli.
La foto di Paolo Fresu in treno è stata scattata dall’autore di questo pezzo.

(Continua)

 

 

“L’audace colpo dei soliti ignoti”

Bonus tracks

Purtroppo la permanenza di Chet Baker in Italia è spesso collegata alle sue vicissitudini giudiziarie dovute alla tossicodipendenza. Qui vogliamo ricordarlo per altri motivi meno noti.
Per esempio, per aver collaborato alle musiche di “L’audace colpo dei soliti ignoti” e per la partecipazione al film “Urlatori alla sbarra” al fianco di Mina e Adriano Celentano.
Eccolo:

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