Pragmatismo e identità, il metodo Bonaccini ferma Salvini ( ma l'Emilia Rossa non c'è più)

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I risultati delle elezioni in Emilia Romagna hanno evidenziato un chiaro vincitore: Stefano Bonaccini. E’ lui, molto più della coalizione e dei partiti che l’hanno sostenuto, il vero vincitore delle elezioni di domenica 26 gennaio.

I numeri lo chiariscono più di ogni altra considerazione: ha
ottenuto il 51,4% dei voti, due punti sopra alla percentuale ottenuta sei anni
fa in un contesto decisamente differente. Ha distanziato di circa 7,5 punti la
candidata della Lega Lucia Borgonzoni nonostante quest’ultima abbia preso il
13% in più di Alan Fabbri, candidato del centro-destra nel 2014.

La sua lista personale (Bonaccini presidente) è risultata la
seconda lista della coalizione di centro sinistra con il 5,8% e come candidato
alla presidenza ha ottenuto oltre 3 punti percentuali in più della coalizione
che lo ha sostenuto (51,4 contro il 48,1, Lucia Borgonzoni ha preso l’1,7 % in
meno della sua coalizione).

Alla luce di quest’ultimo dato, non si può non evidenziare come le due coalizioni siano molto più “vicine” di quanto lo siano i candidati presidenti: il centro-sinistra ha ottenuto il 48% dei voti contro il 45,4% del centro destra (2,6% di differenza contro il 7,5% dei candidati).

Il successo personale di Bonaccini è figlio di una campagna elettorale pressoché perfetta, pianificata meticolosamente e per tempo. Ha utilizzato i toni giusti incarnando il pragmatismo e una certa “bonarietà” emiliano-romagnola, in ogni occasione ha riportato (o provato a riportare) il dibattito sui risultati ottenuti dalla sua amministrazione, ha eroso considerevolmente l’appeal identitario della Lega mostrandosi come il “vero emiliano” in lotta contro qualcuno che, venuto da fuori, voleva imporre un candidato ritenuto non all’altezza.

Per essere ancora più espliciti, in queste elezioni il “prima gli emiliani” del segretario della Lega non poteva funzionare. Il risultato è, però, innegabilmente figlio di condizioni più che di un territorio particolare. Perché l'”Emilia Rossa” non esiste più da qualche anno, lo dimostrano le elezioni tenutesi negli ultimi due anni: alle ultime europee la Lega è risultata il primo partito, alle ultime politiche il Movimento 5 Stelle aveva preceduto il Pd.

Sono piuttosto le peculiari condizioni delle elezioni regionali in genere e di queste in particolare ad aver agevolato la vittoria di Bonaccini. In estrema sintesi, si tratta di elezioni in cui il tema “sicurezza” conta molto meno che in quelle nazionali e in quelle comunali – nessuno ritiene il presidente della Regione responsabile della sicurezza – e non va dimenticato che la spesa sanitaria si mangia gran parte del bilancio regionale e l’Emilia Romagna è tradizionalmente nota e apprezzata per i suoi ospedali.

Da questo punto di vista, il caso Mihajlovic si è trasformato in uno “spot” a favore di Bonaccini nonostante l‘endorsement dell’allenatore del Bologna a favore della candidata Borgonzoni.Per capire meglio la dimensione e gli effetti della sconfitta di Salvini, occorre però analizzare i dati elettorali scendendo nei dettagli. Riguardo agli effetti, va considerato che Salvini si è candidato come “liberatore” dell’Emilia Romagna e se i “liberatori”, presunti o reali che siano, non ottengono il risultato auspicato è naturale che la sconfitti risulti pesante.

Si vedrà nei prossimi mesi visto che, complessivamente, la Lega si mantiene su livelli record. In queste elezioni regionali ha ottenuto il 32% dei voti (i dati non ancora ufficiali la danno al 31,97%), mentre alle scorse europee aveva ottenuto il 33%. Ha quindi perso pochissimo rispetto alla sua punta massima di consenso anche se non è più il primo partito in Emilia Romagna superato dal Pd che ha ottenuto il 34,7% dei voti.

I primi dati dimostrano, inoltre, come si confermi una tendenza che percorre il mondo a livello globale, i partiti “identitari”, “sovranisti” e/o populisti prevalgono in “provincia” e soffrono nelle città, sopratutto in quelle grandi.Una tendenza che è evidente in tutto l’Occidente democratico: dagli Stati Uniti in cui Trump trionfa fuori dalle metropoli, al voto sulla Brexit che ha visto Londra nettamente contraria al Leave, al Fronte Nazionale francese che alle ultime presidenziali è rimasto sotto al 5% a Parigi. (A livello nazionale ha ottenuto il 21%)

Tornando all’Emilia Romagna, i dati sono ancora parziali ma
chiarissimi. A Bologna, il capoluogo di regione, la Lega ottiene il 18,47% in
Comune e il 24,21 in Provincia, ma raggiunge il 32% a San Giovanni in Persiceto
e supera il 27% a Budrio.

Allontanandosi dal capoluogo, per altro “capitale”
delle sardine, la Lega raggiunge numeri ancora più alti. Complessivamente, in
provincia di Parma, La Lega sfiora il 36,5% (a Langhirano ottiene il 42,5%) e
la Borgonzoni supera Bonaccini 49,6 contro 45,7. In provincia di Piacenza
raggiunge il 44% con Borgonzoni al 59,7; in Provincia di Forlì Cesena il 32,7%
(a Gambettola il 36%) mentre in provincia di Rimini Lucia Borgonzoni è avanti
di un punto percentuale (47,5 contro 46,5%). A Modena, nella Provincia del
presidente Bonaccini, la Lega ottiene il 31,6% e a Maranello il 37,2%.

Come detto, però, le città mostrano dati differenti, nel Comune di Parma la Lega ha ottenuto il 29% (in provincia il 36%) e a Piacenza città il 36 %(contro il 44 in Provincia), a Reggio Emilia il 25,8 contro il 29,8.

Il voto al partito “sovranista” cresce mano a mano che ci si allontana dai “centri”, succede in Emilia Romagna come altrove, lo hanno rilevato in tanti tra cui David Goodhart, ex direttore di Prospect Magazine:”Le vecchie divisioni di classe e di interessi economici non sono scomparse ma sono sempre più superate dalla divisione più ampia e flessibile tra coloro che vedono il mondo Da Ovunque (Anywhere) e coloro che lo vedono Da Qualche Posto (somewhere). I primi dominano la nostra cultura e società. Hanno identità “raggiunte” e trasferibili basate, su carriere di successo che rendono queste persone generalmente a proprio agio e sicura in posti ambienti nuovi. I secondi sono per definizione più legati a un luogo e hanno identità attribuite: contadino scozzese lavoratore del Tyneside, casalinga della Cornovaglia basate su un gruppo di appartenenza e luoghi specifici ed è per questo che spesso trovano il cambiamento rapido più preoccupante”.

Tornando ai dati dell’Emilia Romagna e agli altri partiti,
un dato può risultare più interessante, quello di Imola dove il Movimento 5
stelle aveva strappato il sindaco alla sinistra dopo oltre sessant’anni di
monopolio. L’esperienza è nata male e finita peggio con le dimissioni
anticipate della sindaca Manuela Sangiorgi a poco più di un anno dall’elezione.
La sindaca è data oggi molto vicina alla Lega che ieri ha ottenuto nella città
romagnola il 25,66% contro il 39,7% del Pd. Il Movimento 5 stelle si è limitato
al 6,2% contro il 28,5% delle comunali del giugno 2018.

Sul risultato più generale ottenuto dal M5s nella regione culla del movimento si sono già soffermati in tanti e crediamo non occorra aggiungere molto. Chiudiamo con una curiosità a Bibbiano il Pd ha ottenuto il 40,6% dei voti contro il 29,3 della Lega.

Massimiliano Boschi

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