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Se il destino della città di Nablus – la nea polis dei greci e dei romani – è quello di essere distrutta e ricostruita dalle fondamenta, di cambiare pelle di pari passo con i rivolgimenti della storia, l’immaginazione di un osservatore fantasioso potrebbe farne una nuova Istanbul o una rediviva Damasco.

Nascosti dietro chiassose insegne al neon o sepolti sotto una coltre di rifiuti presi d’assalto da frotte di gatti affamati, gli eleganti palazzi ottomani in pietra chiara dalle verande scolpite e dai portali istoriati sembrano attendere soltanto una rivincita sul proprio declino che li restituisca all’antico splendore. Questo i nabulsi sembrano saperlo, poiché l’animata cittadina di 200mila abitanti del nord della Cisgiordania sente il dovere di ricordare a ogni crocicchio che Gerusalemme – quella Al Quds dove la maggior parte di loro può andare solo una volta l’anno durante il Ramadan, i più fortunati una volta la settimana in occasione della preghiera del venerdì sulla spianata delle moschee –  dista appena 50 chilometri.

Foto di Luca Barbieri e Silvia Fabbi. Per il loro utilizzo anordestdiche@gmail.com

È proprio una parete della città sopra il suq di Al-Qasaba a recare tracciata sui mattoni la chiosa a questa visione: “Con la conoscenza libereremo la nostra terra e distruggeremo il muro“. Accanto ad essa Handala, il graffito simbolo del disegnatore Naji al Ali, grida “Free Palestine” nei colori della bandiera palestinese: rappresenta un bambino con le vesti strappate che volta le spalle all’osservatore. Quel bambino è la rivalsa dei profughi palestinesi. Il piccolo gira le spalle al mondo, poiché dopo il 1948 il mondo ha voltato le spalle a un popolo defraudato della propria terra e della propria dignità.

Ascoltando la voce di Nablus si odono le litanie dei muezzin delle trenta moschee della città, ma soprattutto i racconti dei combattenti in cui i nabulsi riconoscono i propri martiri. I loro volti appiccicati ai muri e alle porte degli edifici, kalashnikov imbracciato, osservano il viavai quotidiano di tassisti, venditori di pane, carretti di fragole e banane, di panini con falafel e zahtar. I poster ritraggono per la maggior parte giovani appena ventenni, tutti in trepida attesa di un futuro di riscatto. A Nablus pulsa infatti il cuore della resistenza più dura contro l’occupante israeliano, ma in superficie scorre la vita di un autentico crocevia fra oriente e occidente, con gli studenti Erasmus che mangiano crêpes alla Nutella al bar del Cinema city, con i funzionari dell’Onu e dei ministeri palestinesi – alcuni di essi si trovano infatti qui e non a Ramallah, sede ufficiale dell’Anp – che da dentro i loro palazzi si illudono di leggere l’animo della gente, con i turisti (pochi, ancora) che s’inebriano degli aromi dei negozi di spezie, della fabbrica del sapone e dell’olio e del miele locali.

A Nablus spetta un rinascimento rivoluzionario come e più di quello che una collaborazione italo-palestinese ha regalato al vicino sito di Sebastia. Il lavoro degli archeologi, condotto insieme ai bambini della municipalità attraverso un progetto del ministero dell’istruzione palestinese, ha riportato alla luce non solo i resti di una città romana con tanto di teatro, foro colonnato e strada lastricata ma anche le vestigia di un tempio bizantino, una “torre ellenistica” nonché una cappella greco ortodossa sul luogo dove la tradizione vuole che sia stato decapitato Giovanni Battista. Oggi l’unica guida all’area degli scavi è costituita da Hamid, il grassoccio figlio tredicenne del titolare del Castle Restaurant and Coffee Break, uno dei tre locali e rivendite di souvenir del sito, adeguatamente istruito dal padre a offrire ai turisti una riproduzione a buon mercato delle decine di monete romane ritrovate in loco dagli studiosi, ma a rifiutare in prima battuta ogni compenso per il suo ruolo di cicerone.

Foto di Luca Barbieri e Silvia Fabbi. Per il loro utilizzo anordestdiche@gmail.com

“Da qui si vede lontano, nei giorni di sole anche fino al mare di Israele” spiega, per consolarci con il suo entusiasmo della pioggia battente e della nebbia che occlude da ogni parte lo sguardo. Se mai un giorno – quello stesso giorno in cui inizierà il rinascimento nabulsi – Hamid potrà fare il bagno in quel mare senza dover attraversare checkpoint militari e muri sovrastati da chilometri di filo spinato, forse quel mare smetterà di essere “israeliano” e diventerà anche per lui, semplicemente, mare Mediterraneo.

Silvia Fabbi

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