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Cara fabbrica/Dario (la fornace)

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Erano giorni difficili quelli che Dario stava vivendo: sua madre se ne era andata all’improvviso in silenzio sullo stesso letto dove l’aveva concepito 40 anni prima. Suo padre se ne stava tutto il giorno tra il bar del paese dove spesso si perdeva in scommesse quasi tutta la pensione: pochi miseri soldi che aveva ottenuto con anni di fatica e sudore, andando su e giù tra impalcature, tra le carriole di malta nei cantieri del Giacomin. La ditta che in paese aveva tirato su le scuole medie e parte del nuovo ospedale a forza di sabbia, subappalti e manodopera in nero.

Fornace2Dario invece lavorava nella fornace da ormai 20 anni: vi era entrato dopo il militare e ci metteva il massimo della lena e dell’impegno. La fornace non andava più molto bene: il mercato per gli anni ottanta e novanta aveva tenuto anche bene e la fornace produceva a pieno ritmo. Il dottor Fabris, co-proprietario assieme alla signora, era ormai ottantenne e da qualche anno aveva affidato la ditta ad un dirigente “foresto”, ad un mestierante che si era rivelato incapace e del tutto incompetente in materia. Stava portando la fornace al fallimento. Complice la crisi generale e quella del comparto, i Fabris erano oramai sul lastrico, avrebbero assicurato gli stipendi ancora per qualche mese e in paese si vociferava che la fabbrica avrebbe chiuso, che sarebbe stata venduta ai cinesi e roba simile. Una parte della fornace era stata già data in affitto ad un deposito di concimi e sementi, un tipo lì della nostra zona che aveva soldi a palate e che come un avvoltoio arrivava sempre al momento giusto per fare l’affare: si sapeva che i Peraro erano gente senza scrupoli, “ciodi de Cristo” li avevano soprannominati. I loro nonni avevano tiranneggiato il paese durante la guerra col mercato nero e poi la Tonina, la figlia di Giovanni si diceva fosse stata coi tedeschi quando erano passati in ritirata e che il Gianni fosse un bastardo. “Malelingue” aveva sempre pensato Dario che era ottimista e le cose brutte non le voleva proprio sentire, ma così è andata qui da noi negli anni della guerra…e anche dopo…

Dario era contento di lavorare lì: gli sembrava di essere un artista, diceva agli amici. Con loro, che erano di quelli fornace7tosti, sindacalizzati e spesso pronti allo sciopero a sorpresa, si vantava che il suo lavoro fosse ancora artigianale, di quelli di una volta. Alcuni di questi lavoravano a Marghera, invece Piero e Valentino (detto il Piazzagrande per via della calvizie ormai avanzata che gli aveva lasciato una testa lucida a specchio) stavano con lui nel magazzino della fornace. Smadonnavano dalla mattina alla sera ed erano sempre incazzati  con direttore; lo avevano minacciato già due volte e lui li aveva messi a tacere, si vantavano che gli avrebbero forato le gomme della BMW e che sarebbero ricorsi alla benzina, come quella volta che la moto del Vanni era stata trovata bruciata sull’argine del Brenta.

Dario non ne voleva sapere di tutto questo: “se nessuno lavora più – diceva con uno spriz sulla destra e due patatine nell’altra – chi manda avanti l’Italia?” E con questa battuta chiudeva il discorso, buttava giù l’ultima oliva in fretta, si alzava di scatto e se ne andava. Eppure suo padre nei cantieri ne aveva respirata di polvere e per anni aveva rischiato grosso: anni di fatica, se lo ricordava quando, specie gli ultimi tempi, tornava a casa la sera sporco di malta e stremato dalla fatica. Dopo la pensione il suo vecchio era cambiato e non si parlavano più.

Dario non voleva finire come lui e al lavoro c’era affezionato, lavorandoci sodo e con regolarità; la fornace era Fornace1divenuta  per lui un motivo di orgoglio, ogni volta che vi entrava, sentiva il caldo abbraccio che lo avvolgeva e ci stava bene. Non vi avrebbe rinunciato per niente al mondo. Il tepore che gli dava d’inverno, quando entrava dopo il tragitto nella gelida nebbia della pianura compensava il caldo insopportabile d’estate. C’erano poi alcune mattine fresche di tarda primavera in cui all’alba prendeva la moto senza giubbino in pelle né sottocasco e si faceva un giro prima di entrare in fabbrica: la maglietta gli svolazzava sulla pelle e sentiva l’odore della terra… della stessa terra – pensava – con cui costruiva i mattoni e il suo lavoro gli sembrava ancora più bello. Il fuoco del forno, la prima volta che lo aveva visto, gli aveva ricordato quel sole grande arancione del catechismo che suo madre gli aveva conservato dai primi anni delle elementari. E si vedeva in cammino verso quella luce, come spesso gli aveva suggerito Don Cirillo, che la sapeva lunga sul bene e sul male e su cosa bisognava fare per guadagnarsi il regno dei cieli. Dario era sempre devoto a san Giuseppe, il santo dei lavoratori, e nel portafogli accanto alle foto della sua prima ragazza, la Wilma dei Bono quelli di Via Campagna Bassa e la Giusy, quella che aveva adesso, ci stava il santino ormai stinto e liso.

Quella mattina arrivò prima del solito, verso le 7 e 30, ma sapeva che i cancelli aprivano almeno mezz’ora dopo. Era una giornata di fine inverno, quelle che piacevano a lui col cielo terso e luminoso già dalle prime ore col sole ancora basso verso est tra il rilievo delle Prealpi e più a sud l’umidità della notte che veniva dal mare e che piano piano si fornace3scioglieva, lasciando i contorni definiti e netti.

Si diceva che il dirigente dei Fabris li avesse convinti a vendere ai cinesi che si erano presi già qualche ditta in paese e nelle zone vicine. “Io sarò certo l’ultimo ad essere mandato via”, pensava. Ma quella mattina lo attendeva un’amara sorpresa.

Al suo arrivo, fu subito chiamato nell’ufficio del personale e dopo il solito blablabla del direttore e la solita storia della crisi e delle difficoltà e delle commesse che non venivano su e dello strozzinaggio delle banche, gli fu consegnata  la lettera di licenziamento; così capitò anche agli altri dipendenti, compreso Piero e Valentino, che reagirono bestemmiando e minacciando di bruciare tutto e che l’avrebbero fatta pagare ai paròni. Dario non reagì, si irrigidì e si chiuse in un silenzio gelido per tutto il giorno. Se ne restò steso sul divano in tinello, aspettando suo padre, non mangiò né si alzò più fino a sera inoltrata; stava fermo e la teneva stretta alla destra tra il cuscino e la tasca dei jeans.

Non appena suo padre sbatté la porta di casa ed entrò nella stanza, Dario si alzò e in un baleno impugnò stretta stretta la pistola e mirò prima a suo padre e in una frazione di secondo alla sua tempia.

I giornali parlarono di un atto di follia, nessuno pensava che Dario fosse capace di quel gesto. Eppure è successo; la moto è ancora ferma lì in garage. La fornace è fredda ed è un deposito di merce cinese. Le mattinate soleggiate e tepide di fine inverno ritornano puntualmente ad illuminare la terra veneta dai contorni lucidi e tersi…

Bruna Mozzi

foto Danilo Cazzaro

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