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ER - 11 gennaio 2013

A pranzo coi dinka nel Sud Sudan

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Lettera aperta a un musicista della Salvation Army

ER - 11 gennaio 2013
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Mio giovane e poco talentuoso amico,

oggi voglio essere franco con te: ogni volta che mi capita di incrociarti, mentre ti esibisci coi tuoi altrettanto giovani e inesperti compagni in coppie d’archi o terzetti di ottoni di fronte a Woolworths o fuori dalla State Library, un brivido mi percorre la schiena. Ma non fraintendermi, ciò non è dovuto all’evidente lacunosità con cui ti sei dedicato allo studio dello strumento, alla mancanza di senso del tempo, ritmo e coordinazione che spudoratamente esibisci o anche solo alla tua evidente incapacità di mettere più di quattro note intonate in fila.
No, la scarica che mi rattrappisce la spina dorsale ogni volta che ti vedo apparire, che mi mette tutto in subbuglio come un Allegro Chirurgo in scala 1:1 a cui hanno rimosso l’osso sbagliato, è dovuta a ben altro.

A qualcosa di cui forse ti rendi conto, ma che non riesci ad ammettere a te stesso con la dovuta sincerità. Voglio allora darti una mano, nonostante la tua evidente essenza di artificio testuale utilizzato al solo fine di far stare in piedi questo scritto. Perché, dicevo, te lo si legge in fondo agli occhi che tu qui non ci vuoi stare.

La mia è tutta empatia, capisci. Lì, a pallida imitazione dei busker di professione che affollano queste strade, ti ci hanno piazzato quelli della tua religione, setta o mascherata che sia; ti hanno convinto che basta il buon cuore per spillare soldi alla gente, e tu magari hai entusiasticamente accettato, persuaso di aver finalmente trovato un modo per coadiuvare la tua frustrata passione musicale con l’altrettanto frustrato desiderio di servire il Signore.

Ma cosa credevi, che sarebbe stato facile?
Non vedi ora come sei ridotto?
Poche monete tintinnano nel barattolo che l’addetto alla raccolta fondi del tuo gruppo stringe tra le mani, un po’ discosto da voi veri musicisti, evidentemente sollevato dal non doversene star lì come te, bloccato su una sedia a subir l’umiliazione di mostrarsi incompetente legionario di Dio.
Anche il berretto da Babbo Natale ti hanno fatto indossare! Con il solo risultato di farti sembrare la sperduta e triste versione di un aiutante del vecchio barbuto. Un cappello che poi a pensarci bene sarebbe anche simbolo discretamente blasfemo, se indossato da chi professa una religione che nel corso dei secoli si è specializzata nel bruciare, distruggere e soppiantare in vari modi tutto ciò che avesse una minima parvenza di pagano.
E un ciccione® che scampanella mentre guida una slitta trainata da renne volanti credo rientri pienamente nella categoria.
Senza poi trascurare il fatto che a queste latitudini, complice il clima, i sentimenti natalizi sembra continuino ad essere ben poco sentiti. Rimane solo il kitsch.

Svegliati quindi, mio ottuso e inesperto amico!
Non ti chiedo di farlo per me, io posso impunemente continuare ad assistere deliziato allo squallido spettacolo che ogni giorno metti in scena, il moto d’orgoglio che invece invoco è per te stesso, per la tua dignità!
Alza finalmente uno sguardo fiero sul mondo, getta a terra il tuo strumento, iscriviti a Economia e vai a fare il banchiere. O il pirata della finanza. E’ così che si fanno soldi nelle religioni vere.
Con immutata stima,

E.

Salvation Army duo
P.S.: magari prima però informati su Roberto Calvi, sai com’è, meglio evitare certi errori.

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