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maidan-6Nel giugno 1991 ero a Praga per un convegno della Johns Hopkins in un programma che teneva le relazioni tra paesi dell’Est (esclusa l’Unione Sovietica) e gli U.S. Proprio in quei giorni avvenne la secessione di Croazia e Slovenia che dettero inizio alle guerre balcaniche. Il nostro era un gruppo di colleghi, molti dei quali diventati amici per il fatto di avere studiato e lavorato insieme. Gli jugoslavi erano numerosi e fui sorpreso quando Serbi e Croati presero posizioni apertamente e aspramente conflittuali, pur rimanendo amici sul piano personale.

Quando ci fu chiesto di presentarci in una riunione, un croato si presentò come “Marian from Croatia”; il serbo disse: “Milan from Jugoslavia”. E aggiunse “Stasera c’è la finale del campionato europeo di basket contro l’Italia e la Jugoslavia vincerà il titolo grazie alla partecipazione di atleti di tutte le repubbliche”. La tensione era forte, ma mai avrei pensato che sarebbe sfociata in una guerra così assurda e sanguinosa.

Ne discutemmo a lungo tra noi in quei giorni: alcuni degli occidentali pensavano che i nuovi stati indipendenti di Croazia e Slovenia andassero immediatamente riconosciuti. Altri – e io tra loro (anche perché mi convinceva la posizione del nostro ministro degli esteri di allora) – invocavano prudenza e gradualità, paventando i possibili rischi di guerra. Un altro gruppo (un professore-politico greco in particolare) immaginava un ruolo diretto dell’Unione Europea nella vicenda.

In quei giorni, un gruppo ristretto di noi fu invitato a una riunione riservata con il Presidente Havel della Cecoslovacchia e Shirley Temple, ambasciatrice americana a Praga. Io mi trovai lì per caso e non capivo molto. Mi sentivo già abbastanza gratificato dall’esserci e vedere come succedevano le cose piuttosto che avere un ruolo nei fatti del mondo. Un atteggiamento da osservatore, studioso e reporter che ho conservato – nel bene e nel male – nel corso di tutta la mia vita. In quella riunione, dove capitai per caso, appresi una lezione: mi resi conto come nessuno delle persone il cui parere contava moltissimo, avesse ben chiare le conseguenze che certe decisioni avrebbero comportato. E sappiamo quanto furono tragiche.

Ora sul caso Ucraina, mi sembra che siamo allo stesso punto, con la differenza che forse l’Europa, rispetto a ventitré anni fa, è maggiormente in grado di esercitare la propria influenza. Nel 1991 la esercitò in modo negativo accelerando un processo che avrebbe potuto attuarsi per gradi e senza guerre. Mi domando se le politiche estere europee, americane e russe stanno davvero cercando di impedire il deteriorarsi della situazione. Oppure se, per perseguire i propri legittimi interessi egemonici, stanno creando – senza nemmeno esserne consce – una nuova guerra jugoslava.

Corrado Poli

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