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ER - 19 febbraio 2013

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Tasmania – L'isola più a sud

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Premessa:

E così ti lascio Melbourne, sempre bella e volubile, da St. Kilda a Fitzroy.
A voler essere poetico direi che è stato il vento a sussurrarmi di partire, ma qui il vento è logorroico, di cose ne dice tante, certi giorni te le strilla nelle orecchie. Dopo un po’ ti ci abitui, diventa rumore di fondo, non lo ascolti più. Il fatto è che mi sei piaciuta tanto ma, sai, s’è fatta l’ora. Trilla l’orologio biologico, un ciclo sedentario è agli sgoccioli e lo zaino freme, le spalle son troppo leggere, le suole delle scarpe prudono già da un po’.

La Great Ocean Road attende davanti assieme a vecchi e nuovi compagni di viaggio e le tasche fremono nell’attesa di un biglietto per saltar da un’isola all’altra, di sud in sud, a vivere un po’ di foresta, che di asfalto se n’è già visto abbastanza.
Amo terribilmenti questi giorni che di partenze hanno l’odore.

Insomma, ciao.

 

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Giorno 1:

mentre mi fisso i piedi, seduto su un sedile del 109 per Port Melbourne, do la nave ineluttabilmente per persa. Così invece non è. Il nostro ritardo rispetto agli orari d’imbarco è tale che probabilmente anche il brucomela ci avrebbe lasciato a piedi. Invece l’imbarcazione in lontananza ci osserva arrivare, comprensiva. Salendo a bordo il preciso significato dell’aggettivo “trafelato” mi è finalmente chiaro.

Nove ore dopo la Tasmania ci accoglie con un’aria pesante e grigia da distretto portuale. Siamo in due: io e Clemence, una belga non incredibilmente simpatica, non particolarmente bella e, sospetto con forza, nemmeno spiccatamente intelligente. E’ l’eredità lasciatami da ex-compagni di viaggio dopo la spedizione sulla Great Ocean Road. Non si tratta tanto d’essere choosy, è solo che la ragazza fa parte di quella categoria di backpacker che, per vari motivi, non amo: gente per cui i luoghi nuovi si riducono a cornice dello schermo del laptop, mammoni erranti mai scollegati da casa, mostruosi prodotti della digitalizzazione globale dal cordone ombelicale wi-fi. Inoltre Clemence parla un pessimo inglese e non fa nulla per migliorarlo, limitandosi ad attaccare bottoni spaventosi a ogni francofono che incontra. Altre due categorie che non amo, i pezzari e gli accidiosi. Figurarsi quando poi fan squadra in un corpo solo.
Ma no, in fondo non è che Clemence non mi piaccia in quanto deprecabile viaggiatrice: non mi piace proprio come essere umano. Insomma, c’è questa vaga impressione d’incompatibilità. Accumulo idiosincrasie e rimpiango la perdita di un adeguato sistema di selezione naturale della razza umana.  Il caso ha fatto però coincidere le nostre strade per qualche giorno. E’ questo che non amo del caso: è un tizio poco sensibile verso i gusti altrui.

Ok, era uno sfogo.

Tornando alla Tasmania: dopo aver guadagnato nuovamente la terraferma ci incamminiamo verso il centro di Devonport. Zaini in spalla, attraversiamo il ponte che collega le due sponde del fiume, passiamo un negozio di pneumatici, un benzinaio, una libreria specializzata in bibbie, un negozio di pneumatici, un convenience store e un negozio di pneumatici. Gli penumatici devono andare forte da queste parti. Per il resto tutto è chiuso, piatto e desolato. Pare di stare in certe canzoni degli Offlaga Disco Pax.
Il primo ostello che incontriamo ha disponibilità di letti. Facile. Il posto è piccolo, pulito, la gente pare più amichevole, più ricettiva rispetto a quella che si incontra nelle grandi città. Sarà che in questa cittadina o ti fai spalla a vicenda o davvero rischi la morte per apatia.
In bagno c’è un ragno grande metà del mio palmo. Si chiama Ed. Ci fermiamo solo per la notte, domani partiamo per Hobart.

 

Giorno 2:

l’autobus per Hobart invece di partire alle 11, come indicatoci, è posticipato alle 17. Disappunto.
Scrivo da clandestino, agganciato abusivamente al wi-fi nemico di un McDonald dove la qualità della connessione è pari a quella dei panini, mi annoio anche se non dovrei, conto le ore che mancano alla partenza ed escogito piani per seminare Clemence.

 

Giorni dopo:

…e insomma, questo post doveva andare avanti con Hobart che mi piace e poi non mi piace e poi mi piace ancora e alla fine non lo so se mi piace o no, ma di certo qualcosa c’ha; doveva parlare dei pasti di Clemence che assomigliano tutti a colazioni, di come fossi più o meno riuscito a liberarmene e di come praticamente la biasimassi solo a tempo perso, così per gradire. Poi avrei magari descritto quel signore sempre seduto sulla stessa poltrona dell’ostello, con una brutta tosse e una tazza con su scritto Colin – che è il nome dell’uomo, non della tazza – che assomiglia incredibilmente a Giorgio Canali (l’uomo, non la tazza); avrei raccontato dei cinesi che ho frequentato ultimamente: le ragazze più aperte, mentre con i maschi sembra un po’ una questione di confronto tribale che fa pure una certa impressione e, alla fine di tutto questo, ci sarei stato io a Bruny Island – atollo a sud della Tasmania – che lavoravo, o facevo woofing, o trekking, insomma facevo qualcosa, e infine tutto si concludeva con questa cosa presumibilmente simpatica dell’isola a sud dell’isola a sud dell’Isola a Sud (Bruny Island – Tasmania – Australia, per intenderci), con tanto di chiusura a sfumare su questa inquadratura hollywoodiana di me che scruto la distesa d’acqua oltre la quale sta solo l’Antartide e tento – tento davvero – di vivere la magia del momento. Ma alla fine non mi pare avvincente gran che. Le distese d’acqua si assomigliano un po’ tutte, se non pensi a cosa c’è di là.
Applausi.

All’incirca  il copione era questo.

E invece succede che me ne vado. E forse non mi dispiace nemmeno.
Ribaltare piani mi dà sempre una gustosa sensazione di applicata libertà.

Fine.

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