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Libano, una nuova bomba a Tiro

Redazione - 9 dicembre 2011
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Riprendo a scrivere in questo blog dopo diverse settimane. Non che in questo periodo siano mancate storie interessanti, semplicemente è mancato a me il tempo di raccontarle. Era da tempo che volevo ricominciare, ed oggi una notizia purtroppo più eclatante di altre mi ha spinto a farlo.

immagini tratte da www.yasour.org

Stamattina, nella città di Tiro, al sud del Libano, una bomba è esplosa al passaggio di una pattuglia di soldati francesi della forza internazionale di pace, Unifil, ferendone 5, oltre a due passanti.

E’ il terzo incidente del genere in Libano negli ultimi 6 mesi, in cui vengono presi di mira i caschi blu prima italiani ed ora francesi. Come le volte precedenti, nessuno ha rivendicato l’attentato, e probabilmente, nonostante l’immediata apertura delle classiche “indagini per chiarire la dinamica ed i responsabili”, non si saprà nemmeno questa volta chi sia stato.

Una differenza c’è rispetto agli attacchi precedenti, e non da poco. Mentre i primi due attacchi si sono svolti a Sidone, a metà strada tra Beirut e Tiro, e fuori dalla zona di operazioni di UNIFIL, in questo caso la bomba è esplosa a Tiro, nel centro nevralgico della forza di pace. Considerando che il territorio del Libano, pur così piccolo, è un mosaico intricato e spesso indecifrabile in cui le zone di influenza delle diverse fazioni e parti politiche cambiano quasi ad ogni chilometro, il luogo dell’attentato è sempre significativo. In questo caso non ho ancora letto di nessuna ipotesi, mentre per gli attentati a Sidone si era subito puntato il dito contro i palestinesi che vivono nella zona. È certo però che quest’ultimo episodio farà crescere le misure di sicurezza e le restrizioni ai movimenti per gli stranieri nella zona.

Poi, un po’ alla volta, la tensione si allenterà, tutto tornerà alla solita apparente calma, fino alla prossima. Dopo un anno e mezzo di vita libanese mi rendo conto che questi attentati hanno un effetto diverso su di me. La preoccupazione lascia il posto ad una certa rassegnazione, ad un’indignazione che è anche una manifestazione di impotenza.

Qualche giorno fa un giornalista libanese mi diceva che “i libanesi si aspettano sempre la catastrofe”. Questo atteggiamento è un retaggio della guerra civile durata quasi vent’anni, ed è sicuramente un’arma di difesa verso queste continue manifestazioni di violenza. Il fatalismo che li spinge ad assorbire questo genere di notizie semplicemente come un altro anello di un’infinita catena, è forse l’unica risposta possibile.

Francesco Pulejo

6 comments

    1. Grazie per il commento, ma Auschwitz non mi sembra l’esempio più appropriato da scomodare. In Libano si convive con una situazione di instabilità perenne, ma naturalmente per poter comunque condurre una vita normale bisogna avere qualche meccanismo, anche psicologico, di difesa.

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