Il primo pranzo dopo cinque anni (di udienze) #Nomansland 3

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Ancora io e Raad. Questa volta però non siamo in un bar ma in tribunale, quel tribunale che l’ha respinto per ben due volte e dallo stesso giudice. Questo spettacolo lo ha già visto ma si deve ri-presentare. Nessuno dei due ha piacere di rivedere l’altro soprattutto perché un’istanza più alta ha deciso che lo stesso giudice deve rivedere la sentenza. Il suo ultimo avvocato si è impegnato molto per fargli avere questa occasione. Gli ha anche spiegato che si può scordare la protezione internazionale di asilo, il termine per ri-presentare la richiesta è scaduto e le possibilità erano comunque minime. Può aspirare solo ad altre forme di visto.

La battaglia non è ancora persa del tutto. Insieme ad alcuni amici lo abbiamo accompagnato in questo viaggio verso Innsbruck. A Vienna non riescono a gestire tutte le richieste di asilo così  vengono dislocate in altre città. Certo Innsbruck sa essere anche bellina ma quel giorno era solo fredda e grigia. La catena montuosa della Nordkette, quel giorno più opprimente che mai,  sembrava che ci si abbattesse addosso.
Si vede che Raad sa muoversi in questi luoghi e ci fa da guida.  Davanti all’aula dell’udienza aspettiamo l’avvocato con largo anticipo. Non si ricorda bene il suo viso, si sono visti soltanto una volta e scambia un altro uomo per lui. Attendiamo sulle sedie del corridoio lungo e stretto, che ricorda quelli degli ospedali. In fondo sull’ultima porta si legge in grande l’insegna STOP in rosso e bianco, che tra l’altro sono gli stessi colori della bandiera austriaca. Raad dice solo che “è esattamente come quando si viene in Europa, prima ti fanno entrare, in stazione ti accolgono, sono tutti gentili ma poi più ti addentri e più viva diventa la scritta dell’insegna STOP. Qui è vietato l’accesso” poi sorride.

L’udienza

Cinque minuti prima dell’udienza si presenta una ragazza giovane, è la sostituta del suo avvocato. Non lo avevano avvisato di questo cambio, non ha più tempo per arrabbiarsi, non ha più tempo per protestare, ora deve entrare. Lei sembra gentile, ma Raad le ripete che questi non erano gli accordi.
Entriamo, ma non è come nei film. È un’aula pulita, tutta bianca e piccola. In fondo dietro al banco, sul palchetto rialzato è seduto il giudice con al suo fianco la segretaria, che verbalizza ogni parola pronunciata. Peccato che non riesca a cogliere la tensione che si respira in quel posto.  Davanti a lui, di fronte su un tavolo più piccolo Raad, l’”imputato”, alla sua sinistra l’interprete e alla sua destra l’avvocato, in questo caso la sostituta che dovrebbe fare i miracoli. Noi che sosteniamo Raad ci sediamo alle sue spalle, siamo quelli che in questa costellazione non contano assolutamente nulla. Il giudice ci dice di togliere le mascherine se vogliamo, aprono una finestra. Poi lentamente apre i suoi atti e saluta. Sembra cordiale, ma Raad non è convinto. Si sono visti già troppe volte, lo chiama per nome. “Signor Raad eccoci di nuovo”. Si accerta delle generalità dell’avvocato, scambiano due parole di convenienza e poi inizia l’udienza.
Raad risponde a monosillabi, quell’insegna dello STOP non gli esce più dalla testa. Risponde, con cortesia. Secondo lui il giudice ha già deciso. D’altro canto, il giudice non sembra felice di dover rivedere la sentenza. La tensione in aula si taglia con il coltello, Raad continua a chiedere all’interprete chiarimenti, continua a chiedergli di ripetere quello che ha appena detto perché ogni parola ha il suo peso. Anche quelle apparentemente poco significative, sono decisive, sono fondamentali. Raad corregge l’interprete alcune volte, un signore anziano che lavora lì da molti anni ma non sente più tanto bene. Dopo una serie di accertamenti e domande a raffica usciamo, l’udienza finisce.

Cala il sipario, Raad fuma. Il suo avvocato, o meglio la sua sostituta, lo tranquillizza: “Era gentile questo giudice”, ripete quasi in modo ossessivo, ma Raad non le crede. Ripete che ha già vissuto la stessa scena. L’avvocato gli offre un passaggio in stazione ma rifiuta, preferisce fare due passi. Fuori piove. Nessuno di noi parla, poi Raad propone di andare a pranzo tutti insieme. Ci racconta che non ha più mangiato a pranzo da quando è uscito dall’Iraq, solo cene, perchè quel momento gli ricorda ogni volta la famiglia che non c’è più. Accettiamo, fuori piove, Innsbruck sembra ancora più grigia e fredda.
Ora deve solo aspettare e come ha già sentito troppe volte, deve portare pazienza e stare tranquillo, dopotutto sono passati solo cinque anni e mezzo dal suo arrivo a Vienna.

Azra Fetahovic

 

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