Paradiso ha visto l'inferno
#Nomansland 4

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Si chiama Paradiso, ha 20 anni e vuole diventare scrittrice. Mi mostra alcuni testi che scrive quando ha un po’ di tempo. Sono testi brevi che raccontano della fuga e del tentativo di arrivare, non si sa ancora bene dove. Ha visto e sentito molto e vorrebbe condividere alcune delle immagini e dei racconti con noi. Quando è venuta da me ha detto chiaramente ciò di cui aveva bisogno. Mi ha subito mostrato un compito di tedesco sui diritti delle donne e uno in inglese sulla mutilazione genitale femminile, dice che nonostante sia ancora un grande problema in Somalia nessuno ne parla. Era un po’ in ansia perché la settimana sarebbero iniziati gli esami. Abbiamo riguardato alcune parti dei testi e poi ha iniziato a raccontare a ruota libera cercando di proteggermi quando il racconto si faceva molto duro. Da suo padre ha saputo che la mamma è morta durante un’esplosione vicino a casa, lei all’epoca aveva solo due anni. Il padre invece è morto alcuni anni dopo combattendo. Paradiso e tutti i fratelli sono stati divisi in diverse famiglie, lei è andata a stare con i vicini di casa e dei fratelli non sa nulla. Da anni prova a rintracciarli attraverso la croce rossa internazionale ma fino ad ora nessuna notizia.

L’inferno

La “famiglia affidataria” le ha dato da mangiare ma non un’istruzione, ecco perché ora qui davanti a me vedo una giovane donna che ha tanta voglia di prendere il diploma. Presso questa famiglia faceva la donna delle pulizie, perché le avevano fatto capire che avrebbero apprezzato se a farle fosse stata lei. Dato che la guerra in Somalia non finiva, decidono di andare in un campo profughi Onu ai confini con il Kenya. Ma presto ritornano a casa perché le condizioni di vita nel campo sono disumane. La nuova famiglia continua a richiedere visti per altri paesi e finalmente riescono a rifugiarsi in Siria, Paradiso con loro. Vivono soltanto pochi mesi di pace, poi di nuovo la guerra. Da guerra in guerra, finalmente ottengono un visto per la Svezia. Paradiso invece non parte. Rimane da sola in Siria e si arrangia come può. Poi: dalla Siria in Turchia, dalla Turchia in Grecia e dalla Grecia a piedi in Serbia. Mi racconta che le fanno male le gambe e tutte le operazioni che ha fatto non sono servite a nulla. E come se tutte le cose che ha visto durante il tragitto verso l’Europa si fossero memorizzate nelle gambe, rendendole pesanti, così pesanti che e a volte non riesce nemmeno a muoverle.
Fa fatica a dimenticare le persone anziane che ha visto abbandonate ai bordi delle strade, l’immagine di una donna incinta che perdeva sangue la perseguita, come se queste immagini coabitassero con lei. Per non parlare delle donne stuprate. Poi mi racconta della sua esperienza in un campo profughi a Salisburgo, lì ha sentito molti racconti sugli stupri subiti o visti, sulle violenze e sulla mutilazione genitale a cui sono state sottoposte quasi tutte. Non si può parlare di queste cose, o per vergogna o per paura. Molte hanno paura della propria comunità, lo stupro è visto male ed è associato alla lapidazione. Non in Europa, ma la paura di brutte conseguenze rimane. Così stanno zitte e cercano di convivere con questi incubi che non le lasciano in pace. Alcune crollano, come una sua amica divorata dalla paura che non esce più di casa, non si fida più di nessuno. Mentre riguardiamo i suoi testi la chiama una signora che ha avuto problemi col marito ma Paradiso decide di non rispondere, ora deve pensare all’esame, poi dopo gli esami si occuperà delle altre.

Azra Fetahovic

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