Il sogno di Pajtim Statovci

di Gabriele di Luca
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Si potrebbe semplicemente partire così: Pajtim Statovci è uno dei più interessanti giovani narratori europei. Per lui si rincorrono gli aggettivi: emozionante, intenso, accattivante, sinuoso, prensile, cannibale del dolore e della vita (cioè sostando nel punto d’indistinzione in cui la vita, alternativamente, è sommersa e liberata dal dolore). Chi scrive divorò il suo romanzo precedente (cioè: precedentemente tradotto), “Le transizioni”, e ha goduto la conferma de “Gli invisibili” (“Bolla” in edizione originale, vedremo perché), entrambi usciti nella collana “Il contesto” di Sellerio.

È difficile sintetizzare in poche righe in cosa consista il fascino della scrittura di Statovci, ma se prendiamo spunto da un passaggio, da un estratto, ecco che ci balza subito incontro qualche riflesso ritmico e possiamo puntare (puntare: un verbo che qui appare inevitabile, perché odora di esattezza e d’istinto) al cuore della sua ispirazione: «Una volta ho letto da qualche parte che la realizzazione dei sogni ha i suoi svantaggi, perché dopo aver sperimentato il tuo sogno, smetti di desiderare. Mi ha fatto riflettere, e reso anche un po’ triste, pensare che si dovrebbe in qualche modo avere paura dei propri sogni, specialmente della possibilità che si avverino. Se il valore del sogno è nella capacità di sognare, che valore può avere un sogno che si è realizzato? Ad esempio, che senso avrebbe un libro se la pubblicazione significasse la fine dei sogni del suo autore?». È nella tensione rinascente, allorché la figura di un sogno sfuma appena dopo essersi realizzato, senza tuttavia spegnersi del tutto, che (forse) ci accorgiamo da dove nasca, dove sia la scaturigine di questa prosa apparentemente lineare, scevra di compiaciuti virtuosismi, eppure anche incredibilmente ricca e precisa, capace di rilasciare nella mente di chi la attraversa tutto il sapore delle cose, delle emozioni che tocca.

Come detto, il titolo originale de “Gli invisibili” è “Bolla”. Una nota, all’inizio, elenca le sfumature di significato della parola: “spettro, bestia, diavolo, essere invisibile, specie animale ignota, creatura simile al serpente, straniero”. La riflessione sull’essere “straniero”, ma anche sulla capacità di estraniarsi dai contesti e dagli stati di (provvisoria) appartenenza appare una costante nei libri di questo autore kosovaro che vive in Finlandia, e ne rappresenta certamente uno dei principali moventi. La vita diventa così un peregrinare in cerca di ciò che né l’orizzonte della provenienza né quello di arrivo possono mai assicurare, perché è solo nel costante spostamento, nel gesto di una de-coincidenza [in ciò balena una notevole somiglianza con l’analisi dei testi di Simenon, che ho già schizzato alla luce della filosofia di François Jullien] da tutto quello che la immobilizza, che essa diventa “vera vita”. Il peregrinare, quindi, riesce a strappare lacerti di possibilità che, quando riescono a manifestarsi, ci fanno sentire sospesi in una dimensione di felicità struggente, alla maniera dei momenti indimenticabili di un amore sempre agognato e sempre rimpianto (un esempio: «Quei mesi passati insieme sono stati i più belli della mia vita, immacolati, perché non dovevamo darci nessuna spiegazione, fluttuavamo nello spazio, facevamo il bagno in quelle mattine eterne, come due meridiane»). Senza patria – o meglio braccati e umiliati e storpiati da una patria dalla quale non si può se non desiderare di fuggire –, senza destino – se non quello che circoscrive l’accadere in cui essi precipitano, quasi sotto i nostri occhi – gli eroi di Statovci usano l’erotismo come frontiera da oltrepassare scontrandosi con gli ostacoli che lo circondano, e finiscono per costruire un fragile monumento al rimpianto di qualcosa che continua a permanere oltre il suo confine. Per questo motivo, anche, abbiamo a che fare con un’opera (e “Gli invisibili” potrebbe essere letto come una focalizzazione, una miniaturizzazione di ciò che “Le transizioni” rappresentava al livello di descrizione di un meccanismo più avvolgente) perfettamente in grado di esporre le lacerazioni contemporanee, o per meglio dire di una contemporaneità fatta di guerre, di emigrazioni, di esistenze spezzate, di tradizioni che si sgretolano, costumi che cambiano, inquietudini e domande che rifuggono da comode risposte.

Rimane solo da accennare alla trama del libro. Dire insomma che la storia si accende a un tavolino di un bar di Pristina, nell’aprile del 1995, e che i protagonisti sono due: Arsim, uno studente di ventidue anni, sposato da poco, che frequenta l’università locale, e un giovane serbo di nome Miloš, anche lui studente, iscritto a medicina. Questo incontro li sconvolgerà, e la relazione che prenderà forma dissolverà ogni forma nella quale le loro vite si erano composte fino a quel momento. Dalla rievocazione del primo e dalle lettere del secondo noi intanto seguiamo il divenire scosceso e bruciante del loro sogno, fino alla frattura che lo spezza e all’ulteriore epilogo che lo cancella. Quello che resta assomiglia alla polvere delle cose che non vorremmo mai vedere svanire, e che pure devono svanire, e svaniranno (vengono in mente i versi di una bellissima canzone di Ivano Fossati: «Dicono che c’è un tempo per seminare / E uno più lungo per aspettare / Io dico che c’era un tempo sognato / Che bisognava sognare»), ma lasciandocene una traccia luminosa tra le dita.

Pajatim Statovci – Gli invisibili, Sellerio 2021, pagine 223, Euro 16.00

Gabriele Di Luca

Foto di apertura di Anniilina Lassila da pajtimstatovci.org

 

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